venerdì 9 maggio 2014

Pasticciando col blog...

Piano piano (mooolto piano) sto cercando di sistemare un pelino il blog dal punto di vista grafico. Mio fratello informatico mi ha suggerito delle migliorie (dettagli, ma sono proprio le rifiniture che fanno lo stile) quindi ho aperto un blog di prova, sono partita da un modello di base più malleabile del precedente, e sto cercando di farlo diventare il blog che vorrei.

Non tutte le modifiche sono possibili tramite editor di Blogger, per cui sono costretta o ad usare un altro sistema. Il mio fratello informatico mi ha sconsigliato di usare un editor di quelli che per sistemare un margine o spostare una foto basta cliccare e trascinare: "sporcano" il codice, mi dice, e per una come me che continua a toccare un po' qua un po' là l'accumulo di sporco può dare risultati indesiderati ed impossibili da gestire. Quindi devo maneggiare HTML e CSS, cose di cui non sono molto pratica, per cui procedo lentamente. In aggiunta, ci vuole il suo tempo anche solo per salvare la modifica e visualizzare l'anteprima, e poi provare a spostare un elemento un pelino più in là (salva e carica), magari un altro po' (risalva e ricarica), no troppo era meglio prima (salva e carica di nuovo)...

Ora sto diventando matta coi font dei titoli, perché li vorrei in stile "scritto a penna" e non il solito Arial (o Verdana o uno di loro). Il problema è che non tutti i computer visualizzano correttamente font "strani". Per le intestazioni che non variano nel tempo posso usare "la foto di una scritta", per così dire, cioè inserire un'immagine che sia uguale per tutti; ma i titoli dei post no, sono ogni volta diversi, e non è possibile sostituirli con un'immagine.

Quindi devo prima di tutto fabbricarmi le figurine-titolo, poi chiedere consulenza la fratello informatico... Il quale mi dirà una cosa tipo "Ma usa un font normale, no?". Eh ma se io ho un blog che parla di handmade e cose buffe, deve avere un look handmade e buffo, mica uno da informatico serio!

martedì 29 aprile 2014

Parapadelle

Ossia una protezione per le padelle antiaderenti, uno strato soffice da interporre tra lo strato che si graffia solo a guardarlo e la pentola più piccola che ci appoggio sopra.


In pratica, niente più di una grossa presina...


Ma su misura per la mia padella.


Il lavoro non è uscito tanto bene, ma per essere andata ad occhio è ok, e per il suo scopo è più che sufficiente. La prossima volta aggiusterò il tiro; intanto sperimento questo e vedo se è comodo e che modifiche fare, poi nel caso sferruzzerò anche quelli per le due padelle più grandi...

mercoledì 23 aprile 2014

Un rifiuto

Un rifiuto è un no.
È quello che succede quando uno fa una proposta e un altro non la accetta: un rifiuto.
O quando qualcuno butta via una cosa che non gli serve o non vuole più: un rifiuto.
Accade anche se si esclude qualcuno da un gruppo: un rifiuto.

A volte i rifiuti sono positivi e anzi doverosi: ciò che non è buono va rifiutato.
In altri casi i rifiuti sono egoisti: rifiutiamo altre persone, altri concetti, altri stili di vita, e tiriamo avanti da soli con le nostre convinzioni, senza chiederci se siano giuste o sbagliate.
Poi capita di rifiutare anche noi stessi: quando ci sottovalutiamo, ci scoraggiamo, non osiamo per paura del giudizio degli altri, o non sappiamo perdonarci uno sbaglio.

E poi ci sono i rifiuti nel senso di pattume, quelli che ho visto per strada stamattina andando in stazione e mi hanno spinto a scriverlo, finalmente, questo post. Penso alle persone cui la "roba che non mi serve" fa talmente schifo che la lanciano per strada, si rifiutano perfino di riporla al proprio posto nel cassonetto o nel cestino. Questo tipo di rifiuto è psicologico: quando l'oggetto che non serve si trasforma istantaneamente in un "bleah" che ti fa senso perfino portarlo da qui a lì, quando non ti prendi l'impegno di mettere una cosa dove deve stare (perché anche se a te non occorre più c'è comunque un luogo appropriato in cui metterla), il rifiuto è il tuo atto, più che l'oggetto.

Possiamo buttarla sull'ambientalista, oppure possiamo pensare alle persone e all'accoglienza: dopotutto ci sono tante "cartacce umane"... Mettetela come vi pare. Un rifiuto è un no; e a chi, quale oggetto o quale concetto diciamo no, c'è da pensare.